Kenya: Occhi d’Africa

Ora so perché le fotografie che rappresentano l’Africahanno come protagoniste le persone. Si, anche gli splendidi paesaggi. Ma quanti sguardi rappresentano l’Africa? Quante persone al lavoro, persone che sorridono e salutano?

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Quanto sorrisi!

Siamo in Kenya e mi chiedo che cosa c’è di così particolare nei loro occhi che attira la mia curiosità. Non è solo curiosità…
Quando si è curiosi, basta poco per placare la voglia di saperne di più. Qui invece, più osservo le persone e più mi viene voglia di osservarle. Allora, che cosa attira così tanto la mia… immaginazione? Non è solamente una questione estetica. Non è perché in Kenya si indossano sempre vestiti coloratissimi o perché il loro modo di muoversi sembra sempre più aggraziato del nostro, e non è nemmeno per il colore scuro della pelle che attira comunque la mia attenzione.
Credo che sia… Il fatto è che i loro occhi… Ti aspettano.
Non so come spiegarlo meglio se non con una avventura che ci è capitata. Ci ha messo in contatto con il Kenya vero, quello delle persone, della terra e della natura, e non dei villaggi turistici.
Partiamo per un safari di due giorni al parco dello Tsavo Est e sfortuna (o provvidenza) vuole che la ruota della jeep si rompa. Non  si è semplicemente bucata, è proprio rotolata via dall’auto e la vediamo sfrecciare davanti a noi mentre ci affossiamo alla nostra destra. La nostra guida (bravissima) non si scompone minimamente e comincia a riparare il mezzo… ma questa è un’altra (lunga) storia.
La strada è rossa, sterrata, in mezzo al nulla. La prima città è ad un’ora  alle nostre spalle  e siamo ad un’ora dall’arrivo davanti a noi. Caldissimo e polvere.

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La nostra guida al lavoro sulla ruota. Riusciranno i nostri eroi…?

Ogni tanto passano motociclette e camioncini di persone che passando salutano come se niente fosse (“Jambo, Jambo” cioè “Ciao ciao” dicono) ma appena ci hanno alle spalle si girano ed osservano la situazione, probabilmente incuriositi… in effetti ci sentiamo un po’ i protagonisti di un reality. Da lontano vediamo arrivare un bambino a piedi, 6 o 7 anni, piano piano (pole pole come dicono qui).
Arriva vicino a noi senza dire una parola, senza variare di nulla la sua velocità e senza particolari motivi si siede vicino a noi. Vicino vicino. Vorrà una moneta? Un sorso d’acqua? Darci una mano?

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Ecco il nostro… osservatore

No, vuole guardarci. Guardare quello che facciamo, come parliamo tra noi, come sorridiamo o ci arrabbiamo, e anche come evolve la riparazione della ruota.
Sta qui con noi e partecipa al nostro tempo,che in questo momento è anche il suo. In Kenya il tempo scorre lento, molto lento e lui ha tutto il tempo che vuole per stare con noi, con i suoi occhi che guardano interessati quello che succede e le persone che ha attorno.

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Anche i bambini osservano la situazione…

I suoi occhi che ci aspettano.
La nostra guida, che più di tutti forse si sente osservata mentre tenta di riparare il danno, gli chiede se non deve andare a scuola. “Ci sono già stato” dice lui (e sono le nove del mattino). Sei turisti bianchi si sono impantanati vicino a lui, vicino a casa sua probabilmente, dove non si ferma mai nessuno, e ora aspettano di ripartire….
Ecco… aspettano.
Questa è la cosa più strana che stiamo facendo. Aspettiamo. Di solito siamo indaffarati a fare. Ora ci sentiamo inermi, e forse ogni tanto ci fa bene. 

Sembra quasi che questa situazione assurda… sia un po’ scuola, per lui. E anche per noi.

 

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Emilio Zanetti e Valeria Silvestrini

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